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Combattimenti anche in Arabia Saudita ma gli Usa non si sbilanciano

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Le forze della coalizione a guida saudita impegnate nel conflitto in Yemen hanno dichiarato di aver intercettato sei missili balistici diretti verso il territorio dell’Arabia Saudita. Secondo Riyad, i vettori sarebbero stati lanciati dagli Houthi, il movimento sciita sostenuto dall’Iran che controlla ampie aree dello Yemen. A riferirlo è stato il generale Turki al-Malki, portavoce della Coalizione per il ripristino della legittimità nello Yemen. I missili, ha spiegato, sarebbero stati distrutti mentre procedevano verso Taif e Yanbu, porto strategico sul Mar Rosso e sede di importanti impianti petroliferi. Le difese aeree saudite avrebbero intercettato parte degli ordigni prima che raggiungessero le aree urbane. Al momento della dichiarazione non era arrivata alcuna rivendicazione ufficiale da parte degli Houthi o di altri gruppi armati.

Intercettati anche un drone e un altro missile

L’episodio è stato accompagnato da un’ulteriore notizia riferita da Reuters: un sistema di difesa aerea Patriot, gestito da personale militare greco in Arabia Saudita, avrebbe abbattuto un missile balistico e un drone nella regione di Yanbu. Secondo fonti della sicurezza greca citate dall’agenzia, il sistema avrebbe lanciato due intercettori. Non sono stati forniti dettagli sull’origine degli ordigni, ma una seconda fonte ha confermato l’abbattimento. Yanbu rappresenta un’infrastruttura essenziale per l’esportazione del petrolio saudita. Il porto consente infatti di mantenere attive le spedizioni di greggio anche in caso di difficoltà o interruzioni dei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali.

Allerta nelle città saudite:

Nel corso della giornata, la Direzione generale della protezione civile saudita aveva diffuso avvisi di sicurezza per diverse aree del Paese. Le allerte riguardavano la città santa della Mecca, la regione nord-occidentale di Tabuk, le zone costiere di Gedda e Yanbu e l’area di Taif. Successivamente, le autorità hanno comunicato la fine dell’emergenza, dichiarando che le città non erano più esposte a una minaccia immediata. L’offensiva ha tuttavia riportato il conflitto nel cuore del territorio saudita. Per la prima volta dall’inizio della guerra, l’allarme aereo sarebbe risuonato anche nei cieli di Riad, dove le esplosioni avrebbero svegliato i residenti durante la notte. Nei pressi dell’aeroporto della capitale sono state segnalate fiamme e una colonna di fumo nero. I vigili del fuoco sono intervenuti per domare un incendio che avrebbe coinvolto un serbatoio di carburante appartenente al colosso petrolifero Aramco.

La minaccia dopo l’attacco alla base di Taif:

L’escalation arriva all’indomani dell’attacco che ha colpito un Eurofighter italiano fermo nella base saudita di Taif. L’episodio ha riacceso il dibattito sul coinvolgimento dei Paesi stranieri nella difesa dell’Arabia Saudita e sulle possibili conseguenze per gli Stati che forniscono supporto militare a Riyad. Interpellato dall’ANSA, un funzionario del ministero dell’Informazione del governo Houthi con sede a Sanaa, ha definito le azioni del movimento una «resistenza armata legittima» contro quella che ha descritto come una prolungata aggressione saudita. «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese», ha dichiarato Mansur, aggiungendo però: «Ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi». Le sue parole sembrano indicare la volontà degli Houthi di presentare gli attacchi come una risposta diretta alla coalizione saudita, evitando al tempo stesso di aprire un confronto esplicito con Roma.

La missione europea nel Mar Rosso:

La crisi non riguarda soltanto il territorio saudita. Nel centro della preoccupazione internazionale resta anche lo Stretto di Bab el-Mandeb, passaggio marittimo strategico tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, dove gli attacchi contro le navi commerciali hanno già messo a rischio la sicurezza dei traffici. L’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas, avrebbe risposto alla lettera del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, concordando sulla necessità di rafforzare la missione europea Aspides, impegnata nella protezione della navigazione. Da Bruxelles sarebbe inoltre in preparazione una comunicazione indirizzata agli Stati membri per coinvolgerli nella discussione sul futuro della missione e sulle modalità di tutela delle rotte commerciali.

Riyad chiede l’intervento degli Stati Uniti:

Di fronte all’aumento degli attacchi, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe chiesto personalmente un intervento militare statunitense. Secondo una fonte citata dalla CNN, la richiesta sarebbe stata respinta da Washington. La posizione americana potrebbe tuttavia cambiare. Il segretario di Stato Marco Rubio ha lasciato intendere che l’amministrazione statunitense sta valutando l’evoluzione della situazione. Il presidente Donald Trump ha però precisato che, al momento, la linea di Washington resta concentrata su eventuali attacchi contro gli Houthi. Trump ha inoltre affermato che il gruppo yemenita avrebbe avviato contatti con gli Stati Uniti e non intenderebbe combattere direttamente contro Washington. «Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi», aveva dichiarato il presidente. Riferendosi poi all’Arabia Saudita, ha aggiunto: «C’è solo un Paese con cui non sono molto contenti. E risolveremo la situazione». La sequenza di attacchi e intercettazioni mostra così un conflitto sempre più esteso, nel quale la guerra in Yemen si intreccia con la sicurezza delle infrastrutture petrolifere, la protezione delle rotte marittime e il coinvolgimento militare di potenze regionali e internazionali.

Fonti:

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